lunedì 30 aprile 2018

La V BRIGATA GARIBALDI "PESARO" E IL CONTRIBUTO DEGLI URBINATI


Pubblichiamo l'intervento di Ermanno Torrico, Presidente dell'Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione "Cappellini", tenutosi il 23 aprile.

LA V BRIGATA GARIBALDI “PESARO” E IL CONTRIBUTO DEGLI URBINATI


La storia della V Brigata Garibaldi “Pesaro”, per essere compresa, va inquadrata nel contesto della storia delle Brigate d’Assalto Garibaldi, così erano chiamate, almeno inizialmente, nella Resistenza regionale e nazionale.
Il nucleo più importante delle fonti è costituito dal fondo Brigate Garibaldi riversato presso l’Istituto “Gramsci” a Roma, ma un’altra parte notevole della documentazione è conservata dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia, fondato a Milano da Parri nel 1949. Una corposa selezione di documenti è stata pubblicata nel 1979 dall’Istituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia presso l’editore Feltrinelli in tre volumi curati da Giampiero Carocci, Gaetano Grassi, Gabriella Nisticò e Claudio Pavone.

Un’altra parte di documenti si trova presso la rete degli Istituti regionali e provinciali associati all’Istituto nazionale, compreso il “Cappellini”, che si sono via via costituiti soprattutto fra la seconda metà degli anni sessanta e settanta del Novecento. Il “Cappellini” è stato istituito nel 1967 come Centro Sudi della Resistenza e fino al 1974 ha funzionato, di fatto, come Istituto regionale quando tutto è stato trasferito ad Ancona assieme al suo ricco archivio.

Qualcosa abbiamo trattenuto in originale o in copia tra cui le Relazioni sulla V Brigata Garibaldi “Pesaro” e alcuni fogli clandestini. E’ ovvio che la consistenza della documentazione sia diversa da provincia a provincia in rapporto alla maggiore o minore presenza del movimento partigiano. Importante per la storia della V Brigata Garibaldi “Pesaro” è il materiale del Fondo Mari presso l’ISCO, l’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro-Urbino e i contributi storiografici di Giuseppe Mari (Guerriglia sull’Appennino, Argalìa 1965 e di Ruggero Giacomini, Urbino 1943-44 (cronache e documenti), Argalìa 1970 e Ribelli e Partigiani, Affinità Elettive 2008, Nuova edizione.


Costituzione delle Brigate Garibaldi

Formalmente le Brigate Garibaldi si sono costituite il 20 settembre 1943 a Milano come formazioni militari organizzate per iniziativa del PCI, così come quelle autonome badogliane, le “Fiamme Verdi”, a prevalenza cattolica, le “Matteotti” organizzate dai socialisti e le brigate di “Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione. Il nome prescelto, quello di Garibaldi evocava sia il Risorgimento sia il Battaglione delle Brigate internazionali che nel 1936 aveva partecipato alla difesa della Repubblica spagnola contro i nazionalisti di Franco.

Luigi Longo era il comandante generale e Pietro Secchia il commissario politico. Si pubblicava anche un periodico, “Il Combattente”. Pur essendo in prevalenza formate da comunisti accoglievano anche elementi di diverso orientamento politico. Per altro, nelle Marche, grazie alla direzione nazionale e unitaria del CLN che coinvolgeva tutto il partigianato, le bande autonome e di formazione politica sono poche e assenti nel Pesarese, ad eccezione del Distaccamento autonomo d’assalto “Montefeltro”, la cui base era a Macerata Feltria, composto di poche decine di uomini che stabilì da subito un contatto con la V Brigata e il CLN provinciale.
Nella V Brigata Garibaldi “Pesaro” risulta un unico caso di contrasto tra un ufficiale badogliano e il suo distaccamento, ma personale, quello del Comandante urbinate del “Picelli” Orfeo Porfiri, che possiamo definire un badogliano. Porfiri era un ufficiale di complemento, che si era distinto per la brillante operazione di Piandimeleto, dove la Todt organizzava i lavori della linea Gotica, che fruttò un ingente bottino di armi e materiale (scarpe, coperte e tende) e la distribuzione del grano alla popolazione. Ma si trattò di un fatto di incomprensione tra alcuni partigiani del Distaccamento “Picelli” e il Porfiri che, secondo il Comandante della V Brigata, Ottavio Ricci (Nicola), “non riuscì a spogliarsi della concezione militarista della disciplina e finì ben presto col trovarsi a disagio tra i suoi nonostante il prestigio di capacità che godeva”. Il Porfiri preferì allontanarsi seguito da alcuni del “Picelli” che in seguito, secondo Ricci, ritornarono al Distaccamento.
Difficoltà nei rapporti tra militari di carriera, “badogliani”, e bande partigiane si registrarono, invece nel maceratese sia per l’impostazione strategica che per i militari era prettamente difensiva e poco mobile, sia per l’imposizione anche formale del rispetto delle gerarchie che si volevano imporre a giovani che non avevano ricevuto un addestramento militare e in cui prevaleva l’idealismo e lo spontaneismo. Tutto questo entrava in conflitto con la mobilità indispensabile alle bande che applicavano la tattica del “mordi e fuggi” propria della guerriglia e l’esigenza di sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi e dei repubblichini, mentre le gerarchie e il comando erano definite dalla lotta armata.

La V Brigata Garibaldi “Pesaro”: un punto d’arrivo contrastato e difficile

Qualcuno a volte mi ha chiesto: “ma perché V Brigata?”. Dunque il primo nucleo della Brigata, come vedremo, si costituì nella prima decade di gennaio del 1944 e fu una delle prime a formarsi, appunto la quinta, preceduta, nell’ordine dalla “Friuli”, dalla “Biella”, dalla “Piacenza”, dalla “Cuneo”. Occorre precisare, ma si tratta di un dettaglio, che la denominazione di “Garibaldi” come quelle di tutte le altre formazioni, formalmente decadde dopo l’unificazione di tutte le forze partigiane in regolari unità militari, “parte integrante delle forze armate italiane con tutti gli attributi e i diritti di unità belligeranti”, decisa il 29 marzo 1945 dal CLNAI, e resa esecutiva dal CVL, l’organismo di coordinamento militare, ma in realtà se ne conservò il nome anche nella intestazione di documenti successivi. Il problema del cambio di denominazione non si pose, comunque per le Marche che ai primi di settembre del 1944 erano state completamente liberate.

Importanti per la ricostruzione delle vicende delle Brigata Garibaldi sono le relazioni sulla loro attività redatte dai comandanti e dai rapporti inviati al Comando generale dagli ispettori. Per le Marche, e quindi anche per la V Brigata, i collegamenti erano tenuti da Egisto Cappellini (Marco) e poi da Ilio Barontini (Dario), Antonio Roasio (Pietro, Paolo) e da Alessandro Vaia (Alberti).


Se la fine ufficiale dell’attività della V Brigata Garibaldi “Pesaro” è nota, ebbe luogo il 15 luglio 1944 quando passata la linea del fronte a Pietralunga la Brigata venne disarmata dagli inglesi, altrettanto non può dirsi del momento preciso della sua costituzione che fu abbastanza travagliata ed avvenne in ritardo rispetto alla altre bande partigiane della regione sia per l’assenza di un comando, almeno inizialmente affidato a militari di carriera, come avvenne ad Ascoli e Macerata, sia per le indecisioni provocate dai tentativi di pacificazione da parte fascista e dall’attendismo dell’antifascismo moderato.
Anche a Urbino, come a Pesaro, Fano ed Ancona, la dissoluzione dell’apparato statale dopo l’8 settembre e il disorientamento dei partiti antifascisti, ricostituiti in forma semiclandestina dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, porta alla costituzione, il 16 settembre, di un Comitato esecutivo dei cittadini urbinati presieduto dal podestà Giorgio Paci.

Il Comitato, concepito come un organismo unitario e di conciliazione fra tutte le forze politiche, compresi i fascisti, restò in piedi anche dopo la costituzione della RSI il 23 settembre e l’apparizione in città di reparti di SS e l’istituzione di un presidio militare tedesco il 16 dicembre. Formalmente il Comitato continuò a riunirsi fino il 5 gennaio 1944.
Tuttavia il caso di Urbino è diverso da quello di Pesaro perché il patto non si realizza fra le forze politiche ma tra i cittadini. Secondo Giacomini questo spiega la sua durata fin oltre gli inizi della resistenza armata. Ma occorre anche sottolineare che l’iniziativa era stata presa dall’autorità ufficiale e il Comitato svolgeva una funzione di mediazione tra il podestà e la popolazione.

La costituzione della RSI e l’occupazione tedesca della città spinsero le forze antifasciste a venire allo scoperto operando al di fuori del controllo del Comitato. Un gruppo guidato da Erivo Ferri attaccò il corpo di guardia addetto alla sorveglianza del deposito di armi nella galleria ferroviaria all’imbocco di Schieti impadronendosi di armi comprese due mitragliatrici. Ma l’episodio più clamoroso fu la sottrazione di armi dalla caserma dei carabinieri, avvenuta con uno stratagemma in pieno giorno da parte di un eterogeneo gruppo di giovani antifascisti.

Dalla G.N. alla V Brigata

Il 4 ottobre 1943 a Pesaro il CLN provinciale decise di organizzare la Guardia Nazionale. In molti centri della provincia sorsero squadre della GN armate con le poche armi disponibili prelevate dai depositi delle caserme dopo l’8 settembre. Ma la difficoltà di sviluppare un’attività militare efficace impose la trasformazione della GN in Gruppi di Azione Patriottica (GAP) la cui azione, limitata alle aree urbane, riguardava soprattutto, almeno agli inizi, la propaganda clandestina e la raccolta di armi. L’obiettivo di costituire una prima banda si concretizzerà solo i primi di gennaio del 1944.
In mezzo, tra ottobre e dicembre, si colloca l’episodio di Ca’ Mazzasette, troppo noto per essere qui ricordato, e la costituzione l’11 novembre di una prima base logistica, nella zona di Cantiano, ai piedi del monte Catria, ad opera di Erivo Ferri, e Ottavio Ricci, dopo una ricognizione operata da Mariano Bertini inviato sul posto da Egisto Cappellini per conto del PCI.

Ma se nel CLN provinciale c’era accordo sulla necessità della lotta armata si manifestavano tuttavia divergenze e resistenze sulla metodologia da adottare anche nella base del PCI che pure era il più determinato nel sostenerla. Alcuni sostenevano che la lotta armata dovesse concentrarsi esclusivamente nei centri urbani perché l’inverno e le difficoltà di collegarsi con i contadini e la loro realtà, fatta di fatica e miseria, una realtà quasi separata per l’isolamento dal mondo circostante, rendevano molto difficile l’organizzazione di formazioni partigiane in montagna.

In seguito, a questo proposito, Evio Tomasucci, partigiano combattente amministratore e dirigente e parlamentare del PCI, nel mentre sottolineava, giustamente, la funzione della Brigata GAP di Pesaro nel sostenere la formazione della V Brigata Garibaldi, soprattutto nel rifornimento di armi e di vettovagliamento, riconosceva che i pesaresi non avevano dato un grande contributo in uomini alla formazione della V Brigata. E così lo spiegava: “ Si decise di rimanere nell’ambito di Pesaro, e ciò soprattutto perché (…) si era riusciti a stabilire rapporti particolarmente favorevoli con la popolazione, con i contadini, con i giovani, con gli studenti, e quindi ci sembrava di essere sradicati da questo terreno portando altrove il centro della lotta”.

A determinare la svolta influirono molto le motivazioni di Egisto Cappellini sulle conseguenze della chiamata alle armi della RSI. Si chiedeva e chiedeva Cappellini al CLN: “In questa situazione quale contropartita le forze dell’antifascismo potevano mai dare a quei giovani ? Quali i termini perché fosse realizzabile la parola d’ordine: ‘Non rispondere alla chiamata alle armi. Disertare le caserme?’ ”. L’unica soluzione era quindi quella di costituire formazioni partigiane lontane dalle città e dai paesi. Pertanto – concludeva – era indispensabile che queste organizzazioni militari si costituissero con una struttura solida e un orientamento politico ben preciso.

Dalla proposta di Cappellini , sebbene contrastata, prese l’avvio, il 10 gennaio 1944, nella zona di Cantiano, la costituzione del primo Distaccamento partigiano per iniziativa di Erivo Ferri (Francesco) Ottavio Ricci (Nicola) e Pierino Raffaelli (Ugo) e l’aiuto fondamentale dei cantianesi Nazzareno Lucchetta, Giovanni Garofani, il famoso (Dindiboia), Francesco Lupatelli e Ubaldo Vispi ai quali fin dai primi di dicembre si erano uniti i fanesi Giannetto Dini, Gianni Pierpaoli, Vincenzo Lombardozzi, e gli slavi, evasi da Renicci, Franjo Simac, Drago Gorenc e Vinco Kosuk. Il Distaccamento che contava circa quaranta partigiani fra cui diversi slavi, fu denominato “Picelli”, in ricordo di Mario Picelli protagonista a Parma nel 1922 nell’organizzare con successo la reazione della città contro le squadracce di Italo Balbo e che trovò la morte nel 1937 per difendere la Repubblica spagnola. Comandante fu designato Ferri. Poco dopo, nella zona di Frontone, si costituì un secondo Distaccamento il “Gramsci”, al comando di Pierino Raffaelli.

Nella prima metà di marzo furono costituiti altri quattro Distaccamenti: “Fastiggi”, “Pisacane”, “Stalingrado”, “Gasparini”. Nei mesi successivi i Distaccamenti diventarono 14. Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio, si era ben presto, raggiunto il numero di 300 uomini necessari per la costituzione della Brigata che, come previsto dalle disposizioni del Comando centrale delle Brigate Garibaldi, dovevano essere inquadrati in Battaglioni di almeno 150 uomini, formati da tre Distaccamenti composti da 30 a 50 uomini. I Distaccamenti potevano essere suddivisi in squadre di 10 uomini, a loro volta formati da due nuclei di 5. Aveva dunque visto giusto Cappellini quando il 10 febbraio aveva scritto nel rapporto inviato al Comando generale delle Brigate Garibaldi e al periodico “Il Combattente”, che “specialmente nelle province di Macerata, Ancona e Pesaro, i numerosi distaccamenti Garibaldi e GAP sono da qualche settimana attivissimi”. E concludeva: “La macchina ormai è lanciata, nessuno potrà più fermarla”. In effetti la lotta armata era diretta da un comando centralizzato, la Brigata, e dal mese di aprile avrà il supporto della Divisione Garibaldi “Marche” il cui comando fu fissato il 13 aprile in un incontro a Pesaro, in località Torraccia.

L’organico della V Brigata

Nella primavera del 1944 alla vigilia di estesi rastrellamenti tedeschi e repubblichini, l’organico della V Brigata, risultava costituito da 5 Battaglioni. Il quarto Battaglione, composto da italiani e da 40 montenegrini, in base ad accordi con la resistenza jugoslava, incorporò altrettanti sloveni, serbi, croati, oltre a 29 russi ed altri 6 partigiani slavi, ma di nazionalità non accertata, che militavano negli altri Distaccamenti mentre gli italiani passarono al Distaccamento “Dini”.Questo Battaglione trasferì la denominazione di “Stalingrado” dall’originario Distaccamento, strutturandosi in 3 Distaccamenti: “Stalingrado” 1, 2 e 3. I componenti erano combattenti spesso già addestrati, molto coraggiosi e decisi, crearono a volte qualche problema nel rispetto della disciplina e nel rapporto con i contadini, ma si trattò di pochi casi isolati e nell’insieme il loro apporto alla lotta armata fu molto importante come ricorda Mari nel suo saggio del 1964 La Resistenza in Provincia di Pesaro e la partecipazione degli jugoslavi. Il IV Battaglione “Stalingrado” nel ruolino dei partigiani combattenti della V Brigata Garibaldi “Pesaro”, risulta composto di 173 unità. Ad esso era stato aggregato anche un ebreo tedesco originario di Francoforte che si chiamava Max Federman a cui fu affidata l’esecuzione della spia ungherese Maria Keller, nota come Marion, infiltrata dal prefetto di Perugia Rocchi nelle bande partigiane fra Umbria e Marche.
A completare l’organico nel mese di giugno furono istituiti due reparti di genieri per un totale di 40 uomini con il compito di “controsabotaggio” delle vie di comunicazione per facilitare l’avanzata delle truppe alleate. Fu istituito anche un reparto di polizia di 20 uomini per la sorveglianza dei prigionieri.

La componente femminile, come risulta dal ruolino dei partigiani combattenti, era costituita da 53 donne. Ben 37 di loro erano di Cantiano, 3 di Cagli, 2 di Mercatello e Piobbico e una ciascuna di Pesaro, Fossombrone, Apecchio, Piandimeleto. Inoltre 2, Anna e Lea Orbach, erano originarie di Trieste mentre le sorelle Terradura, Walchiria e Lionella, provenivano da Gubbio. Di Urbino risulta Giorgina Maselli. La Resistenza al femminile è un argomento difficile, sottovalutato, quando non sottaciuto, per troppo tempo. Il riferimento alle donne “resistenti” anche dal punto di vista semantico è riduttivo. Si usano le accezioni di “collaboranti” o al massimo di “partecipanti”. Ma partecipare significa “prendere parte” e non ancora “essere parte”. Il tema è interessante ma non possiamo affrontarlo questa sera. Le donne della V Brigata costituisco comunque quasi la metà delle 120 partigiane arruolate nell’insieme delle formazioni partigiane, soprattutto nelle SAP, nei Gruppi di difesa della donna e nel Fronte della Gioventù.

Ogni Battaglione e Distaccamento aveva un comandante e un commissario politico. Tutti i comandanti e i commissari politici erano eletti dai componenti dei Distaccamenti mentre l’elezione dei comandanti e dei commissari politici di Battaglione competeva ai comandanti e ai commissari politici eletti dai Distaccamenti. Nella sua relazione il Comandante della V Brigata Ottavio Ricci osserva che non fu facile trovare i quadri perché erano richieste autorevolezza e duttilità nel rapporto con gli uomini.
Oltre al citato caso di Orfeo Porfiri , ci fu un solo episodio di insubordinazione che riguardò il comandante “Roberto”, non sono riuscito ad appurare il cognome, che in un momento di debolezza durante i feroci rastrellamenti del maggio 1944, temendo una rappresaglia contro i suoi familiari, si costituì alle autorità della RSI. Poco dopo ritornò e benché sinceramente pentito fu scacciato.

E’ certo a “Roberto”, che sono rivolte le critiche durissime espresse nel suo rapporto dall’ispettore Barontini del Comando generale delle Brigate Garibaldi: “…Un Distaccamento [si tratta del “Pisacane” del primo Battaglione] ad iniziativa del comandante (un compagno) finiva con l’arrendersi , il comandante in questione ha finito con l’ingabbiarsi nella polizia fascista facendo sapere al comando nostro che restava al servizio dei partigiani. Naturalmente ho dato disposizioni perché la faccenda sia liquidata come di regola per i traditori”. Come si è detto il comandante della Brigata, Ottavio Ricci, prese una decisione forse dettata dal buon senso, ma la durezza di Barontini era motivata dalla preoccupazione per i rastrellamenti e le continue segnalazioni di spie e delatori che si avvicinavano alle postazioni partigiane per riferirne ai comandi tedeschi e repubblichini la posizione e la consistenza.
Francesco Lupatelli nel suo Cronache partigiane (Cantiano 2000) descrive molto bene l’ansia prodotta dai rastrellamenti: “Chi dice di non aver avuto paura in quei lunghi giorni di rastrellamento, non dice la verità. Non si ha paura in combattimento, né quando si compiono le azioni di sabotaggio, ma durante il rastrellamento non sai quanti sono. Né da quale parte vengono. Hai paura di notte di essere sorpreso e ti rimane poca difesa; hai paura di giorno, perché alla luce del sole se sono in molti, non hai scampo”.

Gli Urbinati della V Brigata

Da Urbino partirono per la montagna molti giovani. Dopo il 25 luglio 1943 l’antifascismo si riorganizzava nell’ambiente dell’Università per iniziativa di alcuni docenti e anche i partiti riallacciavano i loro contatti con i rispettivi referenti. Un fronte pluralista che saldava l’esperienza dei vecchi militanti, in gran parte comunisti, che non si erano piegati al fascismo, con la scoperta da parte di molti giovani della follia della dittatura fascista che aveva trascinato il Paese nel conflitto mondiale.

L’apporto degli urbinati alla lotta armata condotta dalla V Brigata non deve sorprendere. Esso non fu casuale perché affondava le radici nelle tradizioni democratico-repubblicane che risalivano alla fine dell’Ottocento, rinvigorite poi dall’iniziativa di socialisti e comunisti diretta a dare un obiettivo politico alle rivendicazioni degli operai e dei contadini.
Mari sottolinea che, oltre a lui, erano urbinati i quadri del secondo e terzo Battaglione della V Brigata. Furono comandanti Emo Castellucci, Vittorio Filippini, Erivo Ferri, Mario Peroni, Elmot Bellucci, Corrado Budassi. Molti anche i commissari politici: Enzio Fortini, Mario Bernardi , Egiziano Raffaelli, Nello Gualazzi, Antonio Bisciari, Giuseppe Tomassini. Funzioni di comando ebbero inoltre Canzio Bartolucci, Ivo Bonalana Ferriero Corbucci, Tonino Ferri, Lazzaro Fontanoni, Amos Alberici, Franco Cangiotti, Eliseo Scopa ed altri ancora. In totale furono 65 gli urbinati che svolsero funzioni di responsabilità politica e di comando nella V Brigata e nei GAP e 96 quelli proposti dalla Commissione ministeriale per il riconoscimento dei gradi amministrativi da sergente a tenente-colonello.
Tra di loro i giovanissimi Fernando Luminati, classe 1928, Romano Arceci e Luigi Franci classe 1929 ed Enzo Merli, il famoso “Padellino, classe 1930. Dei 15 decorati a vario titolo al V.M. della V Brigata, 8 erano urbinati: Erivo Ferri, Romano Arceci, Enzo Merli, Giuseppe Mari, Egisto Cappellini, Fernando Luminati, Ferdinando Salvalai, Francesco Tiboni.
Il ricordo corre anche ad Adler Annibali ed Angelo Arcangeli, rispettivamente comandante e commissario politico della Brigata GAP Schieti, forte di 413 uomini organizzati in due Battaglioni, otto Distaccamenti e 16 Squadre, che di fatto era parte integrante della V Brigata con la quale agiva a stretto contatto. Era nel medio Foglia, non a caso, che si concentravano i giovani che poi venivano accompagnati ai Distaccamenti del Catria e del Nerone.
Sui Gap di Schieti occorre ricordare i numerosi attacchi e sabotaggi portati contro la Linea Gotica tra Sassocorvaro e Badia Tedalda, di cui nella Relazione di Ottavio Ricci si parla poco. E sarà proprio Adler Annibali a procurarsi una planimetria degli apprestamenti difensivi tedeschi sul medio Foglia, tra Casino del Sole e Montecalvo in Foglia, planimetria che consegnerà al comando inglese. Accompagnerà poi una colonna corazzata fino al cimitero di Pallino da cui era possibile vedere gran parte dei tratti fortificati e parte di quelli minati. A quel punto un gruppo di partigiani, da lui indicati, guiderà gli inglesi ad attraversare la zona minata nei due passi liberi indicati nella planimetria in direzione del monte della Croce.

Dell’importanza del contributo degli urbinati alla lotta armata nella V Brigata e nella Brigata Gap di Schieti, parlano le cifre e le percentuali da cui si ricava un quadro molto preciso. Su 1513 partigiani combattenti (927 della V Brigata, più 413 della Brigata Gap di Schieti, più 173 del IV Battaglione Stalingrado) gli urbinati sono 286 pari al 19%. Di loro 96 Numerosi anche i partigiani di Cantiano: ben 197 pari al 13%. C’erano poi folti gruppi che provenivano fa Frontone (50), Cagli (45), Apecchio (43), Piobbico (23). Pochi invece i pesaresi (27) e i fanesi (6) per i motivi sopraddetti, impegnati in gran parte nella brigata Gap Pesaro e nella brigata Garibaldi “Bruno Lugli”, forte di 5 distaccamenti, costituita a fine giugno 1944 per riunire diversi nuclei di partigiani sparsi in una vasta zona senza collegamenti tra di loro nella valle del basso Metauro e la prospiciente fascia collinare. 21 partigiani erano di Pietralunga, sul versante umbro, che avevano preferito passare alla V Brigata per dissenso nei confronti della brigata umbra San Faustino dove prevaleva un orientamento considerato attendista, soprattutto dalla banda di Samuele Panichi che passò compatta alla V Brigata costituendone il V Battaglione denominato Liebknecht in ricordo del figlio caduto in combattimento.

Le azioni della V Brigata

Si è detto che il primo Distaccamento della V Brigata ad essere costituito è il “Picelli”, ma la prima azione armata fu realizzata dal “Gramsci” che il 19 gennaio realizzò un’efficace azione di sabotaggio a Bellisio Solfare con la messa fuori uso dei trasformatori della miniera di zolfo di Ca’ Bernardi che bloccò per un po’ la produzione bellica tedesca.
La zona d’azione della V Brigata si svolse quasi costantemente nel vasto territorio montano del Monte Catria e del Monte Nerone fino a compiere azioni nelle Serre di Burano e nel territorio compreso tra Pergola, Bellisio, Costacciaro, Scheggia, Pietralunga, Bocca Serriola, Apecchio, Piobbico, Acqualagna, Cagli, comprendendo quindi anche una parte della provincia di Perugia. Pietralunga diventò un po’ il crocevia dove si incontravano i distaccamenti della V Brigata e quelli della Brigata San Faustino/Proletaria d’urto con la quale si stabilirono anche iniziative comuni sia di offesa che di sganciamento dai rastrellamenti.

L’abilità di affrontare i rastrellamenti tedeschi e repubblichini fu messa a dura prova il 24 febbraio, una giornata di freddo e di neve, nella zona di Palcano. Più di 130 repubblichini giunsero improvvisamente a Pontedazzo all’alba dispiegandosi verso la zona tenuta dal “Picelli”. Erano preceduti da 6 ostaggi per catturare i quali avevano ucciso un giovane del luogo, Antonio Guglielmi, che intendeva unirsi ai Partigiani. I fascisti furono respinti e inseguiti con gravi perdite. Abbandonarono gli ostaggi e diedero alla fuga temendo di essere accerchiati. La zona di Palcano che insisteva sulla Flaminia era strategica per sabotare le comunicazioni dei tedeschi e impedire la distruzione di ponti e strade per favorire l’avanzata alleata. E lo diventerà a maggior ragione quando alla fine di maggio il secondo corpo d’armata polacco, dopo Monte Cassino, era fermo intorno a Campobasso e l’obiettivo non era più di raggiungere la valle dell’Arno per poi procedere lungo l’asse Firenze-Bologna ma di risalire la costa adriatica. In tal modo le Marche diventarono il principale teatro di operazioni in Italia (Operation Olive).
Un altro scontro importante avvenne a Vilano, sempre nel comune di Cantiano, il 25 marzo 1944. Una vera e propria battaglia consegnata in numerose testimonianze dei protagonisti. Tutte concordano nel definire la battaglia uno scontro cruento condotto a distanza ravvicinata con lancio di bombe a mano. Uno scontro impari sostenuto soprattutto dai Distaccamenti “Pisacane” e “Fastiggi”, circa 80 uomini contrapposti ad almeno 300 tra fascisti, militi forestali e un battaglione di tedeschi del reggimento “Lutze” provenienti in buona parte dalla provincia di Pesaro ma anche dal presidio di Rimini.
Il rastrellamento era atteso e quindi i partigiani non furono colti di sorpresa. Avevano scavato alcune trincee una frontale e le altre due in posizione tale da proteggere un eventuale sganciamento. La battaglia si protrasse dall’alba al tramonto fino al ritiro dei fascisti e dei tedeschi con forte perdite.
Altrettanto duro fu lo scontro che avvenne il 19 maggio in località Monte dei Sospiri vicino ad Apecchio quando circa 800 tra fascisti e tedeschi attaccarono il Battaglione “Stalingrado”. Protetto da nuclei del Picelli e Gasparini, inflissero consistenti perdite ai nazi-fascisti e riuscirono a sganciarsi.
Un’altra azione che va ricordata è quella che avvenne in località Paravento il 19 e il 20 giugno quando il distaccamento Pisacane fu attaccato da ingenti forze repubblichine sostenute da truppe scelte tedesche alpine. Il nemico subì perdite molto gravi mentre i partigiani del “Pisacane” riuscirono ad operare lo sganciamento grazie al sacrificio di Mario Sabbatini che guadagnò tempo tenendo impegnati i tedeschi con la sua mitragliatrice fino ad essere sopraffatto.
Questa capacità della V Brigata di sottrarsi ai rastrellamenti, dovuta alla conoscenza del terreno e ad una buona dose di temerarietà, darà il meglio di sé ancora nel corso dei terribili rastrellamenti di maggio-giugno che costrinsero diversi distaccamenti a spostarsi con una lunga e pericolosa marcia a piedi dalle Serre del Burano fino a raggiungere Sestino e Badia Tedalda nella zona dell’Alpe della Luna teatro delle imprese di Enzo Merli “Padellino”.
Qui abbiamo ricordato solo gli eventi ritenuti più importanti ma la guerriglia della V Brigata colpì incessantemente le caserme della Guardia Nazionale Repubblicana e dei Carabinieri con l’aiuto dei Gap sabotando la ritirata dei tedeschi verso la Linea Gotica. Episodi dolorosi furono la cattura di Dini e Salvalai avvenuta a Ca’ La Lagia e altre perdite importanti come quella di Lazzaro Fontanoni, una vicenda opaca riportata di recente alla luce da un lavoro di ricerca del figlio Antonio. In totale i caduti furono 44 e 21 i feriti.

La capacità organizzativa e l’efficacia militare sono presenti nella tradizione interpretativa rappresentata da Roberto Battaglia e Enzo Santarelli. Nel suo classico lavoro dedicato alla Storia della Resistenza Italiana, Battaglia, nel ricordare lo scontro del Monte dei Sospiri, sottolinea che non era “dovuto al caso (…) se la Garibaldi Pesaro raggiunge presto questo alto grado di sviluppo che la pone a fianco delle maggiori unità del nord” e attribuisce la sua maggior forza rispetto alle unità dell’Italia centrale, alla presenza di quadri provenienti dalla classe operaia (15 su 35) anche se sottolinea la mancata formazione di quadri contadini e il distacco tra partigiani e gli elementi “badogliani” del vecchi esercito. Aspetti che trovano conferma nelle ricerche di Enzo Santarelli sugli Aspetti sociali e politici della guerriglia partigiana nell’Appennino Umbro-marchigiano. La Resistenza era stata secondo Santarelli un insieme di spontaneità e organizzazione nel senso che il processo resistenziale si è realizzato nel corso dell’azione.

IL Disarmo della V Brigata

Nel giugno 1944 il CLN regionale e il Comando della Divisione Garibaldi “Marche”, disposero la riorganizzazione delle formazioni partigiane e l’integrazione nelle Brigate anche delle formazioni autonome del Gruppo Bande Nicolò del Maceratese. Inoltre nel CL regionale entrò una delegazione di ufficiali e un rappresentante del Fronte della Gioventù che mobilitava i giovani affinché entrassero nelle formazioni armate.
Si trattò di una riorganizzazione come se la lotta fosse durata un altro anno come al Nord. Ma fu comunque utile per presentare agli Alleati formazioni ben inquadrate e organizzate che avrebbero potuto affiancare gli Alleati nelle operazioni del fronte fino alla liberazione completa del Paese. Il 21 giugno applicando quanto disposto dal CLNAI, in accordo col governo di Roma, la Divisione Garibaldi “Marche” assumeva la denominazione di Delegazione di Comando del CVL.

In realtà i comandi alleati non consentirono alle Brigate partigiane di continuare a combattere una volta incontrato il fronte. Tutto questo provocò dei contrasti nei comandi delle Brigate e anche nella V Brigata perché non ci fu unità di intenti “per impedire l’assorbimento frazionato delle formazioni partigiane nel fronte e il loro disarmo da parte degli Alleati dell’ Ottava Armata, come già era accaduto alla Brigata “Spartaco” dopo la liberazione di Macerata. Una situazione che provocò una forte tensione dato che gli uomini della “Spartaco” avrebbero voluto continuare a combattere mantenendo le proprie formazioni e i propri comandi. Lo stesso avvenne nell’Anconetano e nel Fabrianese.

Lo stesso Cappellini, membro del Comitato insurrezionale marchigiano, con il responsabile militare Alessandro Vaia era intervenuto presso il comando dell’Ottava Armata. La risposta fu che i partigiani dovevano lasciarsi disarmare e consegnare le armi in base agli accordi presi con il Governo di Roma. La V Brigata doveva concentrarsi a Pietralunga dove c’era un forte concentramento di truppe tedesche. Insomma si doveva fare quello che serviva al Comando Alleato.
A nulla servì un incontro dello stesso Cappellini con Togliatti il quale gli spiegò che la priorità era quella di non mettere in pericolo l’unità antifascista e di non provocare l’isolamento del PCI. Consigliava a Cappellini di far confluire i partigiani nel CIL avvertendo che “nulla dobbiamo nascondere ai partigiani, ma dobbiamo dire loro che nel CIL incontreranno anche forze di vecchia formazione o provenienza fascista (…) che riserveranno ai nostri ex partigiani un trattamento assai diverso, ma dobbiamo spiegare loro – concludeva – perché impartiamo un tale ordine”. Il messaggio era chiaro: i rapporti di forza erano sfavorevoli e non rimaneva altro per modificare gli equilibri politici che puntare sulla presenza partigiana nel CIL e proseguire la lotta per la liberazione completa del Paese. E saranno più di 2.000 i partigiani delle Marche che si arruoleranno come volontari nelle divisioni del CIL.
Il dibattito all’interno della V Brigata fu aspro e contrappose il comando (Ottavio Ricci), che sosteneva le ragioni di coloro che erano favorevoli a concentrare la forza d’urto delle formazioni partigiane sulle rotabili per intralciare la ritirata tedesca, al comandante del II Battaglione Giuseppe Mari secondo il quale le formazioni dovevano rimanere lungo i rilievi a nord del fronte affinché mentre il fronte risaliva, i partigiani avrebbero potuto facilitare “un’azione di grande valore militare sulla linea Gotica”. Era vero, rifletteva Mari, che c’era una spinta spontanea a raggiungere il fronte, ma andava spiegato che precedendo l’avanzata alleata si sarebbero potute liberare Urbino, Fano e Pesaro.
Il punto di vista di Ottavio Ricci non metteva in discussione l’autonomia della Brigata, e proprio per questo i distaccamenti erano stati invitati a raggrupparsi in un’area a sud del monte Nerone, ma nello stesso tempo si sarebbe dovuto fornire agli Alleati il massimo della cooperazione risalendo con loro il fronte con compiti di formazione avanzata. Ma in realtà gli Alleati non consentirono ai partigiani di proseguire la guerra come reparti autonomi come insistentemente richiesto dal II Battaglione. Mari aveva presentato al Comando di Brigata un dettagliato piano di penetrazione verso nord nel tratto Badia Tedalda-Macerata Feltria dove da mesi erano interrotti i lavori di fortificazione della Gotica. Il progetto prima fu bocciato dai comandanti dei Battaglioni e approvato in seguito quando ormai era troppo tardi perché dai primi di luglio il Comando alleato di Umbertide aveva ordinato alla V Brigata di raggiungere il fronte.

Il 15 luglio 1944 i partigiani della V Brigata vennero disarmati nel campo di sfollamento di Umbertide e invitati ad abbandonare il luogo mentre i partigiani slavi scelsero in massa di continuare a combattere nell’esercito di liberazione del proprio paese e furono quindi rimpatriati via mare.
In un diario in cui appuntò gli eventi dal 7 al 17 luglio, così Mari commenta la vista dei carichi di armi consegnate agli inglesi: “Ora le care armi, così buttate sopra un carro di buoi, sembrano quasi ferracci inutili, ed i partigiani intanto vanno come reietti per le strade polverose, con le loro scarpe rotte sempre legate con il filo di ferro e con i loro pidocchi”. E concludeva amaramente: “Qui sanno ben poco di quello che abbiamo fatto, ci considerano poco più che vagabondi, volendoci fare un favore ci assomigliano a dei banditi. Un capitano italiano ha rimproverato un suo subalterno perché questi aveva fatto dare una gavetta di rancio ad un partigiano affamato. Così il volto, come ci è apparso per la prima volta, della Patria liberata”.

Ermanno Torrico



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