giovedì 9 novembre 2017

SINISTRA PER URBINO INCONTRA RIFONDAZIONE COMUNISTA



Sinistra per Urbino e Rifondazione Comunista si sono incontrati per confrontarsi sull’attuale momento politico e la possibilità di mettere in campo una comune strategia per i prossimi appuntamenti elettorali, con particolare riguardo alla tornata amministrativa del 2019. Dal confronto è scaturita  la necessità di una iniziativa unitaria basata sull’analisi condivisa della situazione politica del Paese. La crisi economica prodotta dalle politiche sociali dei governi di centro destra e centro sinistra, e dalla speculazione finanziaria internazionale impone una svolta dei modelli sociali e del welfare per garantire i diritti delle fasce  più deboli e marginali della società.
I governi a guida PD hanno aggravato la situazione con provvedimenti che hanno colpito il mondo del lavoro. Essi hanno attuato una politica economica che ha rifinanziato le banche fallite disinteressandosi dei risparmiatori e di varare un grande piano di investimenti pubblici per il lavoro e i giovani. Per questo  Sinistra per Urbino e RC concordano  nel rilanciare l’opposizione politica per costruire un fronte ampio  politico-programmatico della Sinistra, alternativo al Pd anche sul piano locale.
Il convincimento è che ci sia continuità tra le giunte di centrosinistra e quella attuale di centrodestra su progetti decisivi per il presente e il futuro della città. L’opposizione del PD si è rivelata debole e perdente su tutti i fronti: dalla difesa del patrimonio culturale e ambientale al contraddittorio contrasto della riforma sanitaria voluta dal  presidente Pd della Regione Ceriscioli.
Su queste ed altre problematiche Sinistra per Urbino e RC torneranno a discutere per formulare analisi e proposte  che saranno sottoposte al giudizio critico dei cittadini.      

domenica 22 ottobre 2017

PARTECIPATA CONFERENZA SULLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE ORGANIZZATA INSIEME DAL PARTITO COMUNISTA ITALIANO, DA RIFONDAZIONE COMUNISTA E DA SINISTRA PER URBINO.



La conferenza sulla Rivoluzione d’Ottobre si è svolta con un'ottima e attenta partecipazione di pubblico. Dopo una breve presentazione dei relatori da parte di Fernanda Mazzoli, ha parlato per primo Emiliano Alessandroni, dottore di Ricerca presso l’Università di Urbino, che ha evidenziato l’influenza della filosofia hegeliana nel pensiero e nella prassi di Lenin (oltre che di Gramsci), non soltanto per quanto riguarda il periodo preparatorio alla rivoluzione, ma anche nel momento rivoluzionario stesso e durante la successiva fase di costruzione del socialismo.
Di seguito ha relazionato Domenico Losurdo, prof. Emerito dell’Università di Urbino, che ha spiegato come la Rivoluzione d’Ottobre abbia influenzato le lotte dei popoli sottoposti al dominio coloniale per la loro indipendenza e per il loro sviluppo economico. Si è soffermato quindi sugli sforzi che il movimento comunista ha dovuto affrontare per difendere le conquiste della Rivoluzione, per elaborare teorie e metodi che salvaguardassero la propria indipendenza.
Lo sviluppo tecnologico ed economico, è stato spiegato, ha costituito un passaggio fondamentale non soltanto per fare uscire milioni di persone da una condizione di fame ed inedia permanente, ma anche per respingere gli innumerevoli tentativi da parte del colonialismo e dell’imperialismo di minare l’indipendenza e la sovranità dei popoli, riportandoli indietro all’antico stato di servitù.
Alla relazioni è seguito un interessante e vivace dibattito.

giovedì 19 ottobre 2017



                                                                ANCORA SUL GIOVEDI' NOTTE
Il riaccendersi delle polemiche sul giovedì notte a Urbino ,con relative denunce dei residenti sull'invivibilità di alcune zone del centro storico, durante tutta la settimana, a causa degli schiamazzi e della sporcizia segnano il definitivo fallimento delle politiche proibizionistiche dell'attuale Giunta, da subito denunciate da Sinistra per Urbino come inefficaci ed ipocrite.
Non siamo per nulla contenti di avere avuto ragione, perché la salvaguardia e la valorizzazione del centro storico costituiscono uno dei capisaldi del nostro programma e constatare quotidianamente il degrado di quest'area straordinaria ci preoccupa e ci rattrista, ben oltre ogni polemica politica.
Il punto, però, è che si è cercato di dare una soluzione semplicistica e repressiva ad un problema di notevole entità che concerne ormai molti centri storici italiani e non solo.
I sociologi urbani parlano di gentrificazione per indicare quegli interventi di riqualificazione dei quartieri centrali con conseguente aumento del prezzo degli immobili e inevitabile mutamento della composizione sociale: i ceti popolari, che abitavano tradizionalmente i centri storici, vengono allontanati verso le periferie disumanizzate e i vecchi quartieri ristrutturati divengono una sorta di enclave appannaggio di pochi ricchissimi, trincerati in appartamenti di lusso, di molti uffici e negozi dell'effimero (solitamente marchi internazionali) e di ritrovi per ogni gusto volti a soddisfare un bisogno di intrattenimento ampiamente sollecitato dalle mode del momento.
Probabilmente, Urbino non risponde interamente a questo modello all'opera in diverse , grandi città italiane, ma la tendenza in atto è la stessa, con una peculiarità tutta locale: la presenza massiccia, fra i residenti del centro, di universitari, di gran lunga eccedente rispetto a quella degli "autoctoni". Non si può dimenticare, quando si grida allo scandalo, che gli studenti rappresentano una fonte di reddito non indifferente per molti Urbinati che affittano loro appartamenti rimessi a posto alla bell'e meglio.
Non solo: pizzerie, pub, birrerie, bar e locali di ogni genere senza gli studenti vedrebbero il loro giro d'affari crollare miseramente: è per questo che non ci piaccciono l'ipocrisia e la malafede che si sono create attorno a questa questione. Molti ne hanno approfittato economicamente, altri hanno pensato di ritagliarsi un ruolo pubblico, come promotori di politiche giovanili ossequienti alle mode ( e agli interessi di una fetta di commercianti).
Anno dopo anno la situazione è divenuta insostenibile e la soluzione sempre più lontana e sempre più difficile trovare la necessaria mediazione tra sacrosanti diritti dei residenti al decoro delle vie in cui abitano e le esigenze dei giovani a disporre di luoghi di incontro e svago.
Siamo convinti che la riqualificazione autentica del centro passa per politiche di segno opposto alla gentrificazione e alla trasformazione dell'area in enclave turistica: occorre ricreare un tessuto sociale autentico, attirando in centro ( per esempio con facilitazioni all'acquisto della casa in sinergia con gli istituti bancari) giovani coppie.
Naturalmente, le problematiche legate al giovedì notte non spingono certo in questa direzione, anzi tendono verso la trasformazione del centro in un "divertimentificio" che ne sancisce la fine come nucleo vitale della città.
Pur nella consapevolezza che la questione ha implicazioni culturali molto forti, non risolvibili nell'immediato ( e che hanno a che vedere con le dinamiche della società di massa e del peso sempre crescente al suo interno dell'intrattenimento), alcune strade potrebbero essere percorse: oltre al rispetto effettivo dei regolamenti vigenti in materia di limiti all'inquinamento acustico, si potrebbero convertire spazi comunali ( per esempio nell'area del Consorzio) in luoghi di aggregazione giovanile cogestiti, secondo un patto di reciproca responsabilità, da ente locale ed associazioni studentesche . Pazienza se qualche locale smercia meno birre...
Sarà opportuno che la Giunta attivi quanto prima un tavolo di discussione con residenti, gestori dei locali, associazioni studentesche per arrivare a un qualche provvedimento concreto, se non vuole incorrere nella condanna subita di recente dal Comune di Brescia che si è visto comminare una salata multa di 50.000 euro in seguito alla denuncia di due cittadini esaperati per gli schiamazzi notturni nel loro quartiere. Nella sentenza, riportata dall'Eco di Bergamo, si legge che “ è innegabile che l'ente proprietario delle strade da cui provengono le immissioni denunciate debba provvedere ad adottare le misure idonee a farle cessare”. Non avendo l'ente ottemperato ai propri obblighi, il tribunale civile di Brescia lo ha condannato per “carenza di diligenza” nel “fare cessare le immissioni di rumore o a riportarle entro la soglia di tollerabilità”.

Ad Urbino basta gia' il debito contratto con la costruzione del Centro Commerciale di Santa Lucia....

mercoledì 20 settembre 2017

LA SAGA DEL “SANGUE DEI VINTI”

[Pubblichiamo questo contributo del compagno Ermanno Torrico, 
Direttore Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione “E.Cappellini”-Urbino.]


La mostra fake di Fossombrone sui cimeli fascisti dell’Italia imperiale, roba da rigattieri per nostalgici del ventennio, nel suo piccolo era una delle tante schegge di un revisionismo dilagante. Un lungo percorso, più che ventennale, intenzionato a demolire il legame indissolubile tra la Resistenza e la Costituzione dell’Italia democratica e repubblicana. Un processo alimentato dapprima in forma anodina, quasi sommessa, da gran parte della stampa italiana e poi esploso con la pubblicazione de Il Sangue dei vinti di Giampoalo Pansa (2003) fino al recente con Il mio viaggio tra i vinti. Neri, bianchi e rossi (2017). In mezzo altri titoli significativi: La grande bugia. La sinistra e il sangue dei vinti, I gendarmi della memoria. Chi imprigiona la verità sulla guerra civile, Bella ciao. Controstoria della Resistenza, I vinti non dimenticano. I crimini ignorati della nostra guerra civile, Il revisionista, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti. Il successo fra il grande pubblico, dovuto all’abilità comunicativa dell’autore, ha trasformato i temi del revisionismo antiresistenziale in luoghi comuni diventando per Pansa un’ossessione. Un modo di raccontare la Resistenza come una macelleria responsabile del “sangue dei vinti” e l’adozione di un discutibile trattamento e utilizzazione delle fonti in gran parte orali o attinte dalla memorialistica repubblichina del dopoguerra affondata nel risentimento e nelle rimozioni, fino alla vulgata sulla RSI di Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia.1943-45 che per la prima volta contrapponeva alla “guerra di liberazione” la “guerra civile” e toglieva dal “limbo storiografico” la RSI per la prima volta considerata come autonomo oggetto di studio e di ricerca.
E tuttavia il revisionismo antiresistenziale non si ferma mai malgrado l’evidente sdoganamento. E’ fresca di giornata (Corriere della Sera di domenica 17), la notizia che in occasione del 2 novembre, ricorrenza dei defunti, l’assessore alla sicurezza del Comune di Milano, Carmela Rozza (nomen omen?), sarebbe intenzionato a deporre il 2 novembre, nel cimitero milanese di Musocco, due corone: una dedicata ai caduti della Resistenza e l’altra a quelli della RSI. Se avvenisse sarebbe  molto grave perché il revisionismo otterrebbe, di fatto, un  riconoscimento di grande significato simbolico dopo una lunga marcia condotta con ogni mezzo speculando sul “sangue dei vinti”. Otterrebbe, finalmente, la parificazione, in nome di una supposta  “guerra civile”, tra  fascisti e partigiani,  tra coloro che si batterono per riscattare l’onore del Paese  e dettare i fondamenti della Carta costituzionale, e i fascisti repubblichini che collaborarono con  i nazisti invasori nei rastrellamenti e nelle stragi dei civili.
Il revisionismo antiresistenziale fa appello alla emotività generalizzando attraverso la stampa e i social singoli episodi come quello controverso della tredicenne Giuseppina Ghersi, uccisa barbaramente da alcuni partigiani, mai individuati, tanto che il processo intentato dalla sua famiglia nel 1949 si concluderà con un nulla di fatto. Le testimonianze sono discordanti: i partigiani affermano che fosse una spia  dei repubblichini a cui passò informazioni che determinarono l’arresto e la morte di numerosi patrioti, i familiari, invece, sostengono che “Pinuccia” si limitava a frequentare e intrattenere  la soldataglia repubblichina che si riforniva nel negozio di generi alimentari da loro gestito. Nel Savonese furono 500 i partigiani caduti in combattimento e 250 i civili uccisi per  rappresaglia dai tedeschi e dai repubblichini. Non erano tempi normali e qualche eccesso era inevitabile, sebbene condannato e punito dai comandi partigiani .
Ora succede che il sindaco di  Noli, un piccolo Comune nei pressi di Savona,  intende  dedicare alla Ghersi una lapide da collocare, guarda caso, in una piazza intitolata ai  fratelli Rosselli. Sul caso  Ghersi si è imbastita una vera e propria campagna nazionale di denigrazione sistematica della Resistenza cui fa da corollario l’intenzione di Forza Nuova di organizzare il 28 ottobre, nel 95° anniversario della marcia su Roma del 1922, una manifestazione contro lo ius soli e gli stupri degli immigrati che “hanno preso d’assalto la nostra patria”. Non bastasse succede anche che incontra difficoltà in Parlamento  l’approvazione della legge Fiano che introduce nel C.P. un nuovo articolo per armonizzare la legge Scelba del 1952 e la  legge Mancino del 1993 contro l’apologia del fascismo, anche attraverso la vendita di cimeli, e la propaganda fondata sulla superiorità o l’odio razziale. L’intento è di sanzionare condotte penalmente rilevanti con una normativa più precisa e cogente che colpisca più concretamente il razzismo, la xenofobia, l’odio religioso e l’antisemitismo. Tutte manifestazioni che sono la punta  dell’iceberg di un diffuso degrado culturale che in Europa ha messo radici anche in società che vantano solide basi democratiche. Esse cavalcano il malcontento sociale, la rabbia, la paura e l’insicurezza di questi tempi.
Va detto che la storia si nutre di documenti e ricerca sempre la verità. Ma la storia emette dei giudizi e quello sul fascismo e le tragedie morali e materiali che ha provocato non possono essere messi in discussione e la parificazione tra i resistenti e i repubblichini è semplicemente aberrante.
Quanto alla “guerra civile” la RSI non nasce per iniziativa autonoma del fascismo mussoliniano, ma per imposizione di Hitler al punto che Radio Monaco ne diede notizia prima ancora che essa fosse effettivamente costituita, né l’arresto di Mussolini all’indomani del 25 luglio del 1943 provocò alcuna manifestazione di protesta nella popolazione che voleva solo la fine della guerra, dei bombardamenti e del “pane nero” riversando la sua rabbia nella distruzione dei simboli del regime ritenuto responsabile di un dramma collettivo. Lo stesso avvenne dopo l’8 settembre che non è stato la “morte della patria”, ma l’inizio della sua rifondazione su basi nuove e democratiche contro le ambiguità badogliane e il vile comportamento della monarchia.
É solo in  contrapposizione alla Resistenza che i tedeschi impongono a Mussolini di fondare la Repubblica di Salò, né voluta, né richiesta dagli apparati, tantomeno dall’esercito, rimasto fedele alla monarchia, e da gran parte della popolazione dei territori che ricadevano  nella giurisdizione repubblichina nel contesto drammatico di un’ Italia divisa da eserciti occupanti contrapposti: gli Alleati nel centro-sud e i tedeschi nel rimanenti territori con l’obiettivo di rallentare il più possibile l’avanzata alleata verso nord e allestire e lasciarsi aperta  una via di fuga.
Quale parificazione si attendono i revisionisti? Il loro intento è chiaro e scoperto: essere considerati non più tra gli autori di crimini, ma leali combattenti anche se collaboratori dei nazisti  nei massacri dei civili e nei rastrellamenti contro i partigiani.  Se tutti i morti sono uguali ne consegue che tutti  sono stati combattenti onorevoli come se il morire schierati al fianco delle SS avesse lo stesso valore che l’essere morti combattendo per un’Italia libera e la sconfitta del nazismo. E dunque l’indistinto rispetto dovuto a tutti i morti non  può trasformarsi nel rispetto per le ragioni di coloro, i repubblichini, che condividevano l’ideologia nazista. Aderire alla RSI da parte dei cosiddetti “ragazzi di Salò”, non è stato un atto di coraggio. Molti di loro erano spinti a farlo per paura dei bandi di arruolamento e chi disertava poteva essere fucilato o deportato. La loro adesione fu un atto di viltà. Avevano tutto: armi, divise, cibo e danaro, caserme attrezzate e la protezione dei tedeschi. Erano arroganti e feroci. Il coraggio non era il loro, ma dei giovani che decisero di andare in montagna e di combattere per cacciare lo straniero. So benissimo che altri repubblichini (si veda ad esempio il romanzo autobiografico A cercar la bella morte di Carlo Mazzantini (1986), e prima ancora, nel 1953, ma la prima stesura risale al 1945, quello più problematico di Giose Rimanelli, Tiro al piccione, la storia di un giovane che vede la Resistenza  dalla parte sbagliata),  fecero una scelta per convinzione e non perché costretti o per paura. E combattevano da fascisti, convinti di quello  che facevano e proprio per questo erano, per quanto possibile, ancora più feroci.
Non può e non potrà mai esserci condivisione e tanto meno pacificazione/parificazione tra il partigianato e i repubblichini. L’ipocrisia del revisionismo ha toccato il fondo e sarebbe bene che la stampa quotidiana e i media in generale, ne prendessero coscienza, abbandonando i luoghi comuni e smettendola di abusare  di una terminologia ambigua e fuorviante. Altro che “sangue dei vinti”!

Ermanno Torrico  (Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione “E.Cappellini”-Urbino)
 

martedì 5 settembre 2017

SCUOLA DI TRAZANNI: PER UNA POLITICA DELL’ACCOGLIENZA E DELL’INTEGRAZIONE



Il trasferimento di una decina di alunni della classe 1 e 2 da Trasanni ad Urbino ha alimentato una serie di polemiche dietro cui possono nascondersi certi pregiudizi, purtroppo anche razziali. Infatti le scuole elementari di Urbino hanno accolto nel passato bambini di nazionalità inglese, statunitense, tedesca, svizzera ecc. e nessuno si è mai allarmato per i possibili ritardi nell’apprendimento dei propri figli. Ora in maniera irrazionale e contro ogni dettame pedagogico viene sollevato il problema. La preoccupazione di alcuni genitori per i propri figli è legittima, ma l’attenzione dovrebbe orientarsi sullo stato attuale di salute della scuola italiana, pauperizzata dai vari governi di centro destra e centro sinistra e falcidiata da cosiddette riforme, da ultima la “Buona Scuola” del Pd renziano, che hanno mortificato insegnanti e personale scolastico, e depresso i genitori.   E’ evidente che la scuola italiana, vittima di costanti tagli, non è attrezzata ad affrontare queste novità epocali, e ne scarica il peso sulle spalle e sulla buona volontà degli insegnanti. I pochi  anonimi genitori potrebbero allora, in accordo con i docenti, mobilitarsi per ottenere il sostegno necessario, corredato da un piano di reale di accoglienza, per consentire l’auspicata ed urgente integrazione, che non deve essere intesa come assimilazione della cultura del migrante alla nostra, ma come interazione tra due culture, considerando quella dell’altro una risorsa e non un freno. Solo così la presenza di bambini stranieri, comunitari o extracomunitari che siano (non vorremmo che oltre alla discriminazione razziale possa far capolino quella di classe nei confronti di chi ha maggiori difficoltà economiche), può diventare l’occasione di crescita,  e i valori di solidarietà promossi da un progetto di integrazione supererebbero di gran lunga il timore di un eventuale ritardo nei programmi scolastici canonici. Del resto i bambini di Trasanni hanno diversi anni di permanenza in Italia e oltre alla nostra parlano altre lingue europee. Ci attendiamo che il sindaco metta in campo tutti gli strumenti di assistenza per favorire questo passaggio e promuova politiche di integrazione efficaci (quali sono i progetti su Urbino 2 ?). Non abbandoni la scuola di Trasanni a sé stessa, ma lavori perché diventi un centro di promozione socio culturale di una realtà multirazziale e multiculturale.  Ostinarsi nella difesa di pluriclasse, come nel Pd si propone, significa creare veramente un danno pedagogico, ma questa volta a scapito dei bambini di Trasanni. il Pd accecato dalla polemica pregiudiziale, si dimentica non solo dei più elementari principi pedagogici, ma anche della sua passata gestione amministrativa scolastica, quando per la scarsità di iscritti chiuse alcuni plessi del territorio comunale trasferendo gli alunni in plessi viciniori. E’ ovvio che il trasferimento crea problemi agli alunni, ai loro genitori e ai docenti che dovranno preparare piani di accoglienza, (cosa del resto che avviene per ogni nuovo arrivo), ma meglio problemi nuovi che ghettizzazione e discriminazione vecchie.